San Cataldo Vescovo di Supino


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La più antica attestazione documentaria

Informazioni > La Storia del Santo

del Prof. Gioacchino GiammariaLe fonti documentarie ci offrono solo a partire dal 1581 notizie sulla venerazione prestata a San Cataldo a Supino, sicuramente molto più antica. Esse ci provengono dalla nota visita pastorale del vescovo di Faenza De Grassis, incaricato di esaminare l’applicazione del Concilio di Trento nelle diocesi del Lazio meridionale. Ne abbiamo già parlato a suo tempo nel libro Organizzazione ecclesiastica e società a Supino dalla seconda metà del cinquecento al primo decennio del Settecento (Frosinone 1979) dove abbiamo descritto la minuziosa visita dell’uditore del predetto vescovo. In questa sede riprendiamo le poche note che l’uditore del vescovo De Grassis, Giulio Torelli, ci ha tramandato rispetto alla venerazione di San Cataldo.Dopo essere entrato nell’antica chiesa di San Pietro ed aver visto l’insieme e gli altari, Torelli ci dice che a sinistra dell’altare maggiore è collocato quello di "San Catallo" (testuale), coperto da un fornice sostenuto da una sola colonna. Questo arco è decorato da pitture, definite decenti, e rappresentano San Cataldo, il Crocefisso e la Beata Vergine. All’uditore viene riferito che l’altare è curato dalla confraternita della Disciplina ed ha molti paramenti; vi è legato l’onere di una messa da celebrare la prima domenica del mese quanto i fratelli della confraternita vi convengono processionalmente per ascoltare la messa; al termine si spogliano dei sacchi bianchi.In queste poche righe ci sono molte e preziose informazioni. Innanzitutto c’è un culto attestato dall’altare e dal dipinto; opere che si realizzano - in genere - in spazi temporali piuttosto ampi e quindi farebbero pensare ad una venerazione attestata da tempo; inoltre si tratta di opere devozionali costose (l’altare è coperto da un fornice dipinto) e quindi per il culto c’è una certa disponibilità. Inoltre sappiamo che questa venerazione è di tipo "associativo" in quanto nella pittura (non si specifica il tipo, verosimilmente un affresco) ci sono anche il Crocefisso e la Madonna; è sicuramente un’iconografia tipica, piuttosto statica e formalizzata da secoli, ove il Crocefisso è solitamente posto al centro, alla destra del Cristo in croce viene collocata la Vergine e a sinistra il santo, nel nostro caso San Cataldo. Il visitatore definisce decente l’altare (e ciò contrasta con la descrizione dell’intera chiesa che pare la più trasandata di Supino); il giudizio è importante per due motivi: da una parte chiarisce che l’altare e la pittura vengono curati, in secondo luogo che queste opere sono allineate con quanto definito da Roma.L’altare è dotato di molti paramenti, anch’essi decenti. Quest’ultima informazione conferma quanto si è intuito fino ad ora: la venerazione a San Cataldo è sentita e c’è una certa disponibilità economica. L’ultima informazione è fondamentale poiché ci dice di una confraternita che cura l’altare (e - probabilmente - l’intero culto verso il santo); si tratta però di una fraternita di disciplinati che indossano un abito bianco e praticano la processione mensile con celebrazioni rituali, nel caso specifico una messa. Nome e sacco bianco fanno riferimento alle confraternite duecentesche i cui iscritti usavano flagellarsi per espiare i peccati individuali e pubblici e per favorire la pace cittadina; in verità costoro erano anche molto intransigenti, e si sono macchiati di persecuzioni verso ebrei e "peccatori". Siccome le più antiche confraternite erano solitamente mariane, rimanendo nel campo delle supposizioni, si può ritenere che l’originaria confraternita supinese abbia subito un’evoluzione diventando prima flagellante, assumendo così il Crocefisso quale simbolo e compatrono, e poi abbia avuto un’ulteriore svolta diventando santorale, prendendo quindi a praticare il culto di un santo taumaturgo e protettore delle malattie misteriose, quale era ritenuto San Cataldo.


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