San Cataldo Vescovo di Supino


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L'arrivo a Supino del Santo Braccio

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Rinvenute fonti archivistiche di cui si ignorava la collocazione350 anni fa l’arrivo della più antica Reliquia di San Cataldo Fu frà Filippo de Supinoa portarla da Taranto nel lontano 1653, di seguito la trascrizione. di Dante Cerilli Il 2003 segna un momento importante nella storia della devozione dei Supinesi a San Cataldo:il memoriale dell’arrivo della reliquia del santo braccio da Taranto a Supino (attualmente la più antica (1)), avvenuta per interessamento e tramite del frate cappuccino Filippo Foglietta, il 20 aprile, domenica dopo Pasqua, del 1653, quindi ben 350 anni da quel giorno (2).In un documento dell’epoca si stabiliscono le modalità della custodia e delle solennità da celebrare in onore del Santo con la processione e l’impiego della Reliquia; questo ed altre carte costituiscono quanto nell’atto notarile, stilato nelle consuetudini dell’epoca da tal Prospero Coppi, è definito “Scritture autentiche della approbatione di d.a reliquia”(3).Questo documento sembrava essersi smarrito, ovvero, il suo “spartito” in trittico (costituito da lettere dei vescovi di Taranto e di Ferentino e dall’atto di donazione tra il frate Filippo Foglietta e le autorità religiose e civili della comunità di Supino) che si sapeva conservato nella cassa della reliquia (le cui chiavi dovevano essere tenute dall’abate di Santa Maria e dagli “officiali” di Supino), ad una ricognizione fatta tra il 5 ed il 6 maggio 2003, insieme al presidente del comitato di S.Cataldo, signor Marco Boni, non è stato rinvenuto nella sua originaria conformazione e collocazione. Nell’interno della cassa vi erano solo la lettera dell’arcivescovo tarentino, Tommaso Caracciolo, datata 12 maggio 1652 (giorno in cui fra’ Filippo Foglietta ha ricevuto l’osso del braccio di San Cataldo), altre lettere dei due secoli scorsi che attestano i “censimenti” della reliquia (alcune sono trascrizioni contenenti anche errori storici e di lettura degli originali (4)) ed altro documento non ben identificato (poiché non revisionato dall’estensore di questo articolo); quindi l’atto di donazione (20-04-1653) e la lettera del vescovo di Ferentino (18 novembre 1652) non si sono ritrovati.Quando il ricercatore stava per rassegnarsi alla perdita delle fonti originali in questione (passate alla conoscenza odierna grazie agli articoli su vari giornali e periodici del prof. Mario Cerilli che ne riporta persino stralci virgolettati (5), ed alla pubblicazione di mons. Fausto Schietroma, rettore del Santuario dall’11 gennaio del 1960 su nomina del vescovo diocesano mons. Tommaso Leonetti, fino all’anno 2000 (6), dopo un paziente lavoro di indagine e reperimento dei dati, questa volta autorizzato e incoraggiato dall’abate-parroco di S. Maria Maggiore, nonché rettore del Santuario di San Cataldo, don Antonino dott. Boni (che si ringrazia), ha potuto appurare l’esistenza di copie manoscritte dei documenti smarriti e dell’esistenza di un “doppio-originale” (7) di una delle “Scritture autentiche della approbatione di d. a reliquia” (manoscritto e firmato dagli “infrascritti” con sigillo notarile).Il ritrovamento di queste fonti era da ritenersi impensabile e insperabile, per prima ragione poiché non si poteva supporre la zelante meticolosità dell’amanuense cronista che aveva voluto fissare documenti così importanti all’interno di un libro, sebbene mal conservato, il cui “volume” ha permesso che i dati non si smarrissero; per seconda ragione perché a nessuno mai sarebbe venuto in mente di cercare in un liber che non è nemmeno menzionato nell’ultimo inventario dell’Archivio Capitolare-Parrocchiale di S. Maria Maggiore (che più o meno risale agli anni Novanta dello scorso secolo) e che, per di più, risulta essere opera di rilegatura di varie parti e frammenti di sedicesimi collazionati o appartenuti forse a più libri differenti (8), le cui datazioni sono esplicitamente connotate, ma spesso non cronologiche, tra il 1707 ed il 1824 circa.Questo libro, tra vari scarabocchi e scritte che reca sulla sovraccoperta di pelle (che fodera la copertina di rigido cartone), ne porta una che si legge meglio e che sembra essere quella più rispondente al contenuto del volume, si tratta della dicitura: “Instrumenti di censi et divisioni di cartelle” (9).In questo libro, nel recto e nel verso dei fogli 69 e 70, sono contenute, dunque, le lettere (10) in copia, con riferimento di “loco+sigilli”, dell’arcivescovo Caracciolo e del vescono Enea Spennazzi di Ferentino (11), quindi l’atto, come si presupponeva, in doppio originale, che disciplina, tra le altre cose, come si accennava, la conservazione e la proprietà della sacra ed antica reliquia che si conserva ancora in Supino (12), oltre a fornire preziose indicazioni sulle modalità ed i luoghi della consegna della stessa.Tuttavia è ancora necessaria qualche nota. Il notaio redattore dell’atto si è preso molte licenze sia nell’uso delle terminologie latine (non ultima la scrittura del suo nome Prospar invece di Prosper), sia nell’impiego delle formule di rito (tipo parti omesse o mal concordate ai casi), scrivendo parole pasticciate dall’inchiostro (non certo consuetudine diffusa): usa, difatti, indiscriminatamente “Filippo” e “Felippo”, “ut supra” e “di sopra”, come se lo scrivente fosse così abituato anche nelle forme orali, adoperando l’una e l’altra soluzione, senza discernimento, per ricalcarle nello scritto. “Prospar Cuppos” si qualifica, infine, come Cancellarius Segretarius, Notarius, ma nulla esclude che si tratti di un canonico della chiesa con autorizzazione alla stipula di atti pubblici (in verità, è, invece, attestabile dai registri, dai verbali e dalle relazioni, che i canonici avevano costruzioni e lessico in genere molto più raffinati); ovvero non è il vicario generale o foraneo della Diocesi, poiché il Cancelliere della sede vescovile, nel medesimo registro o in altri Liber dell’epoca e dello stesso archivio presi a riferimento, poiché questi si identifica, in verità, come segretario-vicario-visitatore del vescovo e ratifica a margine di regesti, lasciti, innovazioni e provvedimenti vari, talvolta o frequentemente non scritti di “manu propria”, insieme ad un altro canonico “convisitatore” che controfirmava. Ad ogni modo, autorizzati agli atti notarili erano anche gli abati curati, come nel caso del noto abate Loreto Di Pietro Paleotti, della medesima chiesa di S Maria Maggiore.La trascrizione rispecchia fedelmente nelle forme contenutistiche e semantiche il testo originale, a parte l’uso della vocale “u” al posto della lettera “v” che ricalca la pigrizia orale nell’articolazione delle consonanti labiali, tipo “b”, “v”, uniformata all’uso semantico oggi in voga.Con non poche difficoltà, dato il precario stato di conservazione della scrittura, e talvolta l’illeggibilità di certe abbreviazioni che richiedono la peculiare e specialistica competenza di certi archivisti-bibliotecari, si riporta, di seguito, la trascrizione dell’“Atto di donazione”, ringraziando per i preziosi consigli i molto reverendi don Luigi Di Stefano (parroco del duomo concattedrale, cavaliere del Santo Sepolcro) e don Luigi De Castris (abate della romanico-cistercense Santa Maria Maggiore della città vescovile), insieme all’esperta prof.ssa Bianca Maria Valeri, tutti di Ferentino.(Roma, gennaio 2004, D.C.)
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(Trascrizione)“SCRITTURA AUTENTICA DI APPROBATIONE RELIQUIA SANTO CATALDO”In nomine Dom.ni Amen nel pontificato di n.o Sig.e papa InnocentioDecimo nell’anno ottavo et indictione (13) sexta 1653 A dì 20 aprilegiorno di Dom.ca in Albis essendome io infrascritto fra’ Filippo de Supino Sacerdote cappuccino Predicatore conferito nella Cittàdi Taranto, e’ (14) per Dio gratia con le mie instanze più volte fattecon monsig.e Ill.mo Archivescuo di d.a (15) Città ho havuto un pezzodi Braccio di S.o (16) Cataldo già vescuo di d.a Città, e volendo perciò provedere in che modo si habbia a conservare la d.a SantaReliquia per ogni bon rispetto, decoro, e devotione ho fattoscrivere gli infrascritti Capitoli d. osservarsi in perpetuu’ (17) terra di Supino mia patria. [c’è un segno di cassatura della riga]Imprimis (18) ordino che d.a Santa reliquia si deba ben conservare inloco sicuro nella chiesa di S.a Maria maggiore di d.a terraad arbitrio del sig.r Abbate di d.a Chiesa e sig.ri officiali di d.a terra, et nel loco dove si conservarà debano fare due chiavile quali una ne dovra` tenere il d.o sig.re Abbate, e l’altradi sig.ri officiali quali all’occasione debano andare ad aprire la cassa dove si conservarà, è mostrata sarà al popolo con l’altre reliquie ogniuno si repigli la sua chiave é pe l’havenire si osservi sempre nel modo d.o di sopra.I. se.o (19) che ogn’anno nel giorno della festa di d.o S.o d.o Sig.r Abbatesia tenuto di portare d.a S.a reliquia in S. Pietro processionalmente conforme al solito, et ivi officiare, e’ doppo ripportarla in loco suo alla d.a Chiesa di S.a Maria con ripigliarse ogniuno la sua chiave, ma prima si faccia la d.a processionesi deba fare la recognizione di d.a S.a Reliquia, è trovandosi in qualche modo qualche mancamento et deteriorationeche s’incorre nella pena da quali vengano d.e chiavi di scudi 100d’applicarsi ad arbitrio di monsig.re Vescuo di Ferentino infededi ciò sia fatto scrivendo la p.te (20) de mia com.e (21) havendo ancoconsignato alli d.i Sig.i abbate et officiali le scritture autentiche della approbatione di d.a reliquia come in che a’ (22) quale sarà firmata e’ sottoscritta da mia propria mano presenti, reserbando in cio’ il placido (23) di monsig.e ill.mo vescuo di Ferentino d.e scritture è reliquia sono state assegnate dal d.o padre frà Filippo al sig.r Abbate Giordano Consalvo è sig.ri officiali cioé si.i Luca Palazzi, Fran.co Valentini, è Pompeo Giorgi p.te (24) me nella casa d.a di Zasciorella (25) à Capo alli prati vicino la strada della Molaè quella che va à Privoto Sig.r Gover.e di Supino il sig.r D.[on] (26) Alessandro Masillo da Morolo è s.e Benedetto Torto da Frosinone abitante in Morolo [segno convenzionale che cassa la riga]Io frà Felippo sud.o confermo ut supra manu propriaIo Alesandro Masillo fui p.te a q.to (27) di sopra [segno cassatura di riga]Io Benedetto Torto di Frosinone abitante inMorolo fui p.te a q.to di sopra, manu propriaTimbro [laterale sulla sinistra, segue:]Prospar Cuppos Can.rius Seg.rius pub.cus rog.tus et retroscriptam (28) [dictam]fidem scrissi et subscripsi [...] et meo solito signo signavi [segno di cassatura](Trascrizione di Dante Cerilli. Roma, gennaio 2004)
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Note 1- Nel paesino ciociaro esisteva, tuttavia, già una precedente reliquia di San Cataldo, attestata nel 1592 dall’inventario dell’abate Loreto Di Pietro Paleotti, curato della chiesa capitolare di Santa Maria Maggiore e pubblico notaio della Terra di Supino, con poteri conferiti dalla Sede Apostolica, probabilmente andata persa. Tale fatto deve aver indotto il frate cappuccino supinese a presentare istanze all’arcivesco di Taranto, durante una sua predicazione apostolica. Nell’inventario è annotato: “De’ reliquiis sa.ti Cataldi episcopi de Taranto”(Cfr. Inventario della Chiesa di S. Maria dell’anno 1592 del ab. Paleotti, Liber I “Fondo Capitolare” in “Archivio Storico di Santa Maria Maggiore di Supino” – ASSMMS – p. 3r. Nota bene: il termine convenzionale di “pagina” è qui omologato al termine appropriato di “foglio” e “carta”, trattandosi di documenti manoscritti, e li sostituisce).2- Il 19 aprile del 1953, che cadeva di domenica, ha visto un’imponente cerimonia diretta da don Egidio Schietroma (n. 17-9-1906 m. 22-6-1995), rettore del Santuario dal 1950 al 1953. Il vescovo diocesano mons. Tommaso Leonetti, su un carro meccanico addobbato, preceduto da una sfilata di motociclette, lambrette e vespe, ha sorretto la reliquia di San Cataldo da Capoleprata fino a San Sebastiano dove ha officiato la celebrazione eucaristica. Da lì si è snodata a piedi la processione per tutto il paese che ha toccato le tre parrocchie, concludendosi a S. Maria Maggiore dove è stata impartita la solenne benedizione. Le cronache dei quotidiani e dei periodici ne danno entusiastica notizia. Cfr. almeno, conservati tra le carte del prof. Mario Cerilli: l’articolo, La Reliquia di S. Cataldo passa per le strade di Supino. Imponente corteo preceduto da schiere di motociclisti ed automezzi, apparso su “Il Popolo” (quotidiano della Democrazia Cristiana), 25-04-1953; l’articolo di padre Annibale Mancini, Feste centenarie di S. Cataldo a Supino (che si legge in un ritaglio originale di giornale, purtroppo senza indicazioni bibliografiche che a fianco reca l’inno, Dai granitici monti Lepini, che Mario Cerilli ha scritto e musicato per il 3° Centenario della Reliquia e dedicato al Vescovo di allora, S. E. Tommaso Leonetti); una cronaca del supinese Vincenzo Longhi, Tricentenario e Festa di S. Cataldo, scritta per “Il Messaggero”, insieme alla bozza del manifesto per i festeggiamenti che Mario Cerilli ha redatto per il Comitato di San Cataldo (essendone stato tra gli anni Cinquanta ed il 1965 addetto stampa e vicepresidente).3- Cfr. Liber “Instrumenti di censi et divisioni di cartelle”, p.70r, in (ASSMS), Fondo capitolare.4- La data della lettera dell’arcivescovo Caracciolo (v. più avanti) viene letta 1657 invece di 1652 com’è corretto e come è riscontrato in altri documenti dell’epoca.5- Tra questi si indica Mario CERILLI, S. Cataldo il santo di Supino e di Ciociaria, in “Terra Nostra”, 1969, n. 5, maggio, pp. 6-7. Da questo articolo si percepisce che Mario Cerilli non abbia, di fatti, letto lo stesso atto che oggi si rinviene, proprio perché doveva essercene altra copia. Ad esempio nel testo che leggiamo si apprende inequivocabilmente che l’abate di Santa Maria sia Giordano Consalvo, mentre Mario Cerilli riporta Girolamo Consalvi (e non è un errore di stampa), altrettanto mons. Schietroma in una nota autografa che fece pervenire epistolarmente (1964) a M. C. riporta: “Reliquia: abate don Girolamo Consalvi – uffiziali Luca Palazzi, Francesco Valentini, Pompeo Giorgi....” Tuttavia nel suo libro su s. Cataldo, 1969 (citato a seguire), Schietroma omette del tutto il nome dell’abate: è in questo breve lasso di tempo che si devono esser perse le informazioni e le certezze dalle fonti. Si vedano anche le carte di M. C. di cui alla nota 2.6- Cfr. Fausto SCHIETROMA, Supino e San Cataldo. Secoli di storia e di fede, Casamari, 1969, p. 28.7- Che si tratti di un “doppio originale” lo fa pensare la formula apposta dal notaio il quale dice che l’atto rogato era scritto e retroscritto, quindi davanti dietro, recto e verso, ma, invero, il documento oggetto di studio è disposto sul verso di p. 69 e sul recto di p. 70, con l’evidenza che non si tratta di foglio spartito (cfr. Liber cit., stessa fonte); ad onor del vero va detto che spesso l’originale veniva acquisito dagli archivi diocesani, ma questa eventualità è davvero remota per il documento in questione, poiché esso stesso era la certificazione incontestabile dell’autenticità della reliquia e che quindi esso stesso doveva contenersi insieme alle lettere dei prelati nella cassa della reliquia (altrimenti non si spiega perché altri meno importanti e di epoche successive – di cui si è fatta altrove menzione – siano stati colà tenuti sino ad oggi).8- I primi due sedicesimi di questo libro sviluppano 64 pagine e sono rilegati tra loro a filo di refe, seguono altri due sedicesimi (il III ed il IV, composti da altrettante 64 pagine tra recto e verso), più un V sedicesimo (che sviluppa solo 20 pagine, anziché 32, poiché 3 risultano asportate con taglierina e di altre 3 non se ne ha proprio traccia): questi ultimi tre sedicesimi risultano accoppiati ai primi due da uno spago esterno, senza cucitura e rilegatura.9- Cfr. Archivio Storico Santa Maria Maggiore, ora inserito in “Fondo capitolare”. Com’è noto le “cartelle” costituivano il pacchetto di beni (solitamente terreni, rendite ed altro che producesse reddito) che spettavano, con sorteggio triennale, ai beneficiati del Capitolo della Chiesa.10- Le lettere, già menzionate, date, rispettivamente, in Taranto il 12 maggio ed in Roma il 18 novembre del 1652, contengono attestazioni peculiari e di circostanza. In quella dell’arcivescovo di Taranto si certifica l’istanza di richiesta avanzata da fra’ Filippo Foglietta di una reliquia di S. Cataldo, la quale è presa dal sacro deposito dei resti umani del Santo e consegnata al frate da parte dell’arcivescovo che impone massima cura della medesima e collocazione nella Chiesa maggiore del paese, e consegnata “propriis manibus” (cioè in quelle del frate) dentro una capsula (piccola cassa o teca) munita di sigillo, affinché (traduciamo testualmente) “la porti a maggior gloria di così prodigioso Santo nella detta Terra di Supino”, ed affinché dalla devozione affettuosa dei cittadini ci si possa aspettare che la Divina misericordia, attraverso la supplica della Sua intercessione, accresca la loro salute spirituale e temporale” (cfr. Liber cit. p. 69r). In quella del vescovo dicocesano di Ferentino, Enea Spennazzi, che probabilmente al momento di scrivere si trovava a Roma, si ratifica quanto nella missiva dell’arcivescovo Caracciolo che costituisce credenziale per il fra’ Filippo Foglietta ed autorità per conferire ufficialmente alla comunità di Supino. Spennazzi, dopo il solenne esordio “Aeneas Spennatius Dei et Ap.as Sedis gratia Ep.cos Ferentini Terre Supini incolis Salutem (ovvero: Enea Spennazzi per grazia di Dio e della Sede Apostolica vescovo di Ferentino saluta gli abitanti di Supino)” si rivolge, tra l’altro, ai cittadini augurandosi che vogliano accettare “il piccolo osso) “con divina pietà” e che – similmente al Caracciolo – la reliquia sia un mezzo per la “salvezza spirituale e temporale” (cfr. Liber cit., p. 69 r. e v.).11- Vescovo dal 1646 al 1658, è successore di Ennio Filonardi da Bauco (1612-1644), e predecessore di Ottavio Roncioni (1658-1677).12- Nell’inventario fatto nel 1707 da Domenico Falvaterra, notaio, su ordine del “Molto Ill.e e molto Rev. Sig.e D. Gio: Batta [leggi: Giovan Battista] Vespatiani Abbate, curato e Rettore di detta Chiesa di S. Maria, parte estratta dall’Inventario antico fatto del 1592 per l’atti del g.rn Abbate Loreto Di Pietro Paleotto [sic], pub. Not.ro di d.a Terra et Curato di d.a Chiesa et parte aggiunto [...] doppo l’accennato Inventario”, si trova segnata al n. 28 dell’elenco delle reliquie (ma erra la numerazione perché ne salta una! Sic): “Parte del Braccio di S-Cataldo Arci Vesc di Taranto (Cfr. Liber citato, p. 2r. e 3v.).13- L’indizione è una maniera ulteriore di determinare la periodicità dei documenti romano-pontifici, assunta dal IV secolo d. C., per cui esattamente dal 313 gli anni successivi si chiamano indizione prima, seconda etc. etc. fino alla 15a, in vero essa si rinnova ogni 15 anni senza che si indichi alcun ciclo indizionale di riferimento. Tuttavia, poiché l’anno di origine dell’indizione romana è fissato dalla tradizione all’anno 3 a. C., per trovare l’indizione romana di un anno (che in questo caso è corrispondente a quella Pontificia, più in voga nella cancelleria della Santa Sede dal XIV sec. d.C.) basta aggiungere all’anno in questione il numero 3 e dividere per 15, il resto dell’operazione indica il numero dell’indizione; diversamente, se il resto è pari a zero, l’indizione è la 15a (es.: 1653+3:15=110 con resto di 6; n.b.: non fare l’operazione con la calcolatrice!).14 Leggi: et.15- = Detta.16- = Santo. Leggi: “in perpetuum”.18- Sic! Leggi: “In primis”.19- = In secundo.20- = Presente.21- = Commissione.22- La frase dovrebbe essere così costruita: “.... di modo che davanti ai quali presenti sarà firmata e sottoscritta di mio proprio pugno...”.23- Sic!24- = Presente; ovvero “con me presenti nella...”25- Nel 3° Centenario della consegna della reliquia del Braccio era ancora nota dopo 3 secoli la casa di “Zasciorella”, individuata (1953) nella proprietà del signor Arturo Querlini, dove, antistante la casa è stato approntato un altare per l’esposizione della reliquia. (Cfr. l’articolo, La Reliquia di S. Cataldo passa per le strade di Supino. Imponente corteo preceduto da schiere di motociclisti ed automezzi, apparso su “Il Popolo” (quotidiano della Democrazia Cristiana), 25-04-1953.26- Nel senso di domino e non sacerdote.27- = Quanto.28- Sic. Più corretto “retroscriptus”; il “dictam”, mancante (aggiunto dal trascrittore), era probabilmente sottinteso.


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