San Cataldo Vescovo di Supino


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Notizie sulla vita di San Cataldo nella Storia

Informazioni > La Storia del Santo

Tratto dal libro di Don Fausto Schietroma.
Capitolo IS. Cataldo è un Irlandese.Il popolo Irlandese divenne presto fra i più devoti della nostra religione e restò sempre fedele al Romano Pontefice: tale orientamento è anche oggi fortemente radicato. La cristianizzazione dell’Irlanda fu voluta dal Papa S. Celestino I (422-432) che inviò in quella regione il Vescovo e Apostolo S. Patrizio, che vi sbarcò nel 432. In realtà, il Cristianesimo vi era stato già introdotto dal vescovo Palladio, inviato dallo stesso Papa S. Celestino I, ma quando S. Patrizio iniziò colà il suo apostolato, l’isola era ancora pagana per la massima parte. Si deve alla immane attività di questo santo se l’Irlanda, alla morte dell’apostolo avvenuta nel 493, era diventata quasi tutta cristiana. Figlio di questa terra gloriosa è S. Cataldo. Nessun dubbio sulla sua esistenza; ma vi sono discordanze sulla data di nascita. Alcuni ritengono che egli sia nato fra il IV e il V secolo dell’era cristiana e precisamente nell’epoca in cui in Irlanda penetrava estesamente il Cristianesimo. È ormai però accertato che S. Cataldo è vissuto nel secolo VII; fu l’erede e prosecutore dell’apostolato iniziato da S. Patrizio e di questi spiritualmente discepolo, tanto grande essendo la Gloria, la devozione e la gratitudine che gli Irlandesi avevano – come hanno – per il loro S. Apostolo. Le prove attestanti che S. Cataldo sia vissuto nel secolo VII sono numerose: La principale è data dal ritrovamento del corpo del Santo con sopra una crocetta d’oro di fattura risalente al VII secolo, sulla quale era inciso il suo nome, nonchè il nome della sede episcopale.Il ritrovamento avvenne durante la ricostruzione, nel 1071, della cattedrale di Taranto, già distrutta dai Saraceni e nella quale il Santo era stato sepolto.Altre testimonianze: L’Enciclopedia Cattolica (pag. 1063-col. III ) scrive che S. Cataldo è un Monaco Irlandese del sec. VII; il “Dictionary of Christian Biography” di Henry Wace fissa la sua morte verso la fine del secolo VII; la “Bibliotheca Sanctorum” (pagg. 950-951) dichiara che bisogna vedere in S. Cataldo un personaggio storico che probabilmente non abbondonò il suo paese prima del 660 e che morì nel 685 a Taranto, ove era approdato di ritorno con alcuni suoi discepoli da un pellegrinaggio in Terra Santa ed ove si fermò cedendo alla insistenza dei Tarantini a governare la loro diocesi, nella quale la fede cristiana non si era ancora fermamente consolidata, ma anzi deviava.Possiamo quindi concludere che S. Cataldo nacque in Irlanda verso l’inizio del sec. VII e che morì a Taranto nel 685.La citta di Canty (diocesi di Waterford) nella regione di Munster, si gloria di avergli dato i natali. Ciò è ormai riconosciuto dalla generalità dei biografi. Dal su citato “A dictionary of Christian Biography” di H. Wace, si apprende inoltre che S. Cataldo aveva il cognome “Colgan” (cognome allora molto diffuso in Irlanda). Suo padre si chiamava Euchus, Eucho o Euchaid e sua madre si chiamava Achlena o Athena. Il Dempster suppone che essi fossero di Albanian Scot, ma possono senza dubbio essere nati e vissuti a Munster, comunque è difficile localizzare l’esatta provenienza della famiglia Colgan.La città in cui Cataldo Colgan è vissuto è Rachau (1) o Catandum, che ora non può essere identificata. Tale città era, probabilmente, non molto lontana da Lismore, nella quale S. Cataldo divenne professore poco dopo la morte di S. Carthac ed aveva molti scolari che provenivano da varie direzioni. È stato scritto che sia stato curato della chiesa dedicata o consacrata alla “Vergine Maria” e che lì sia stato consacrato Vescovo per la chiesa di Rachau, quivi restando probabilmente fino al 670.Qualche tempo dopo, in compagnia di alcuni suoi discepoli, si diresse in pellegrinaggio al Santo Sepolcro, per adempiere a un suo voto e spintovi dalla sua fervida fede.Nel suo viaggio di ritorno verso l’Irlanda, si fermò a Taranto e constatò che questa città era piena di cattiveria e lontana dal cristianesimo. La situazione tanto lo impressionò che decise di fermarvisi, anche per aderire alla richiesta di molti buoni tarantini. Rimase in questa città Insegnando e operando alcuni miracoli che impressionarono quella popolazione. Alcuni storici ritengono che dopo un pò di tempo fu scelto come Vescovo di Taranto, particolare questo, che non risulta però nel catalogo ufficiale dei vescovi di Taranto. L’anno di morte di S. Cataldo è ormai, dai più, indicato nel 685, a Taranto.Nell’anno 1071, dopo le varie distruzioni subite dalla citta, l’Arcivescovo Drogoni nel ricostruire la Cattedrale sulle rovine dell’antica, rinvenne le reliquie del Santo, composte in un’urna di marmo e avvolte in abiti pontificali: sulla croce pettorale era scritto il nome “Cataldus”.I giorni delle sue festività sono così fissati: 8 marzo, commemorazione del giorno della morte e l’invenzione del suo corpo e 10 maggio, commemorazione della traslazione. Diversi scritti gli furono attribuiti da Dempster, ma senza alcun fondamento. L’unico più probabile è il “Libro delle Profezie” trovato a Taranto nel 1492 nel tempo in cui era Papa Innocenzo VIII. Evidente è la falsificazione degli altri scritti, adattati, per fini diversi ai tempi dei falsificatori.Fra tradizione e leggendaSin da fanciullo fu istruito nelle discipline liberali, nelle quali raggiunse, nella sua giovinezza, tale eccellenza di dottrina che fu richiesto dalla stessa Università di Lismore a tenere una cattedra di insegnamento e molti accorrevano ad ascoltarlo anche da lontane regioni d’Europa. Il Santo, sapendo che a nulla vale la scienza profana se non è fondata su un sincero affetto di cuore, su un puro intuito della mente e su una pietà profonda, si dedicò oltre che allo studio, al culto di Dio ed alla imitazione di Gesù. Tanto progredì nell’esercizio delle virtù cristiane che in breve risplendette per santità e miracoli. Lo guidò una sincera devozione verso la Vergine Santissima. Costruì una chiesa, e la dedicò alla Madre di Dio, nel monastero di Lismore, ove menò vita monacale e ne divenne abate. Un fanciullo, che durante la costruzione della chiesa morì per una caduta, fu restituito alla vita ed alla famiglia dal potente intervento del Santo.Sparsasi la fama di questo miracolo, anche un soldato pregò insistentemente il Santo Vescovo affinchè risuscitasse un figlio che gli era morto; ma il Santo gli disse: “Sono forse io un Dio che posso risuscitare i morti?” Il soldato, perseverando nel suo proposito, portò il corpo esanime del bimbo presso il fossato della chiesa in costruzione e, mentre il Santo scavava le fondamenta, un pò di polvere cadde sul piccolo cadavere ed il bimbo immediatamente riprese vita.Stupefatto per l’accaduto, il soldato andò da Meltride, Duca dei Desti, per annunziargli il miracolo; ma il duca credendo che S. Cataldo agisse con arti magiche, lo accusò presso il re del Munster, il quale fece arrestare il Santo e comandò che fosse trattenuto in prigione. Però notte tempo, due angeli apparvero al re: uno lo minacciava di morte se avesse tenuto ancora prigioniero Cataldo, l’altro prometteva il perdono se avesse donato al Santo il ducato di Meltride. Mentre il re, atterrito, narrava la visione alla moglie, gli giunse la notizia della morte del duca: allora comandò subito di liberare Cataldo dal carcere e dopo avergli domandato perdono lo pregò di accettare l’Episcopato di Rachau con il dono del ducato di Meltride.S.Cataldo accettò e divise il ducato in dodici vescovadi ed elevò il suo in arcivescovado. Il suo ardore pastorale lo spinse a visitare tutta la vasta regione ed assisterla tanto da ricondurla alla fede di Cristo.Poi partì per Gerusalemme per visitare il S. Sepolcro del Cristo e nel viaggio di ritorno fu avvertito da un Angelo che il Signore lo voleva a Taranto. Durante la navigazione, restituì la vita ad un marinaio che era caduto dall’albero della nave e calmò una tempesta, che del resto aveva predetto.Secondo alcuni approdò sulla spiaggia adriatica presso Otranto o nel luogo detto anche oggi “Rada di S. Cataldo” presso Lecce. La sua meta era però Taranto, come gli aveva predetto l’Angelo. Dalla rada di sbarco, giunse a Taranto, ove entrò presso la odierna villa Fellini e subito restituì la parola e l’udito ad una pastorella.Presso la porta della città s’incontrò con un mendicante cieco e da lui si informò quale religione praticavano gli abitanti di Taranto. Il cieco rispose: “Anticamente tutti i nostri padri erano cristiani, ora sono molto pochi quellli che credono alla fede di Gesù Cristo”.E S. Cataldo al cieco: “E tu, figliolo, sei pagano o cristiano?” Ed il cieco: “Nessuno, o Padre, mi ha insegnato la fede di Gesù Cristo”. Allora, S. Cataldo soggiunse: “Se con tutto il cuore credi in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e se desideri essere battezzato riceverai immediatemente la sanità dell’anima e del corpo”. Ed il cieco: “Credo, Signore; affrettati a battezzarmi”. S. Cataldo, presa dell’acqua, lo battezzò e il cieco immediatamente riacquistò la vista. Avendo poi scorto degli uomini nelle vicinanze, li chiamò e disse loro: “Venite e vedete quest’uomo che con il lume del Battesimo ha riacquistato anche la vista”.Molti andarono da lui ed il Santo Vescovo incominciò a spiegare la dottrina di Cristo, che anticamente era stata predicata ai loro padri da S. Pietro, il Principe degli Apostoli, e dal suo discepolo S. Marco.In breve tempo, S. Cataldo riportò la città di Taranto alla fede di Cristo. Istituì il clero, inviò clerici e sacerdoti nei vicini villaggi e paesi, risollevò la liturgia e costruì nuove chiese. Era assiduo nella predicazione e nella preghiera: ai fanciulli, alle vedove, agli oppressi da ogni miseria materiale e spirituale andava incontro con la sua carità, con la sua opera e il suo consiglio.In fine, avendo governato la chiesa di Taranto e prevedendo la sua fine, radunò intorno a sè il clero e i principali capi del popolo e così parlò loro: “Sappiate, o fratelli carissimi, che io non a caso approdai in questa città, ma per volontà di Dio. Mentre ero a Gerusalemme, il Signore mi comandò di venire a ravvivare nei vostri petti quella fede che era stata insegnata ai vostri padri da S. Pietro e da S. Marco. Ho obbedito al commando di Dio! Non ho mai cessato di istruirvi nei divini precetti e di tenervi sempre a me uniti in santa conversazione. Vi ho ricordato ciò non per vanteria, ma affinchè conosciate le singolari grazie che il Signore vi ha elargito servendosi di un vile strumento quale sono io. Siate, o fratelli, costanti nella fede: verranno lupi rapaci e cercheranno di strapparvi dal cuore la fede che vi ho predicata. Voi, però, siate forti nel combattimento. Amatevi l’un l’altro e cercate di rendervi perfetti nella carità. Darete sepoltura a questo mio corpo nella cappella di S. Giovanni, accanto alla Cattedrale per aspettare da quel luogo il giorno della futura risurrezione”.Terminato di parlare, ricevuti i Sacramenti, quella Santa anima fu liberata dal corpo il giorno 8 di marzo, quando Taranto già respirava nuovamente le aure santificatrici della vita cristiana. Morì nella più estrema povertà, umile, macerato dalla penitenza, lontano dalla sua prima patria.Il popolo accorse numeroso a venerare le Sante spoglie, esposte nella chiesa e molti di coloro che erano affetti da qualche malore, al solo toccare il santo corpo, venivano guariti.Composto, infine, in un sarcofago di marmo, venne sepolto nel luogo da lui stesso designato.
NOTE(1): Secondo alcuni storici, Rachau si identificherebbe oggi con Schanraghan, località appena fuori dei confini di Waterford. Vi rimangono ancora rovine di un’antica chiesa con annesso monastero. (Lonergan: Ricordi della Chiesa Irlandese – 1896). Padre Tomassini (Santi Irlandesi in Italia) sostiene che la diocesi di Rachau potrebbe essere sparita nella ridistribuzione ecclesiastica dell’Irlanda, avvenuta sotto Eugenio III.IIFondamenti storici di una devozione (S. Cataldo in Supino)Dove la devozione a S. Cataldo raggiunge i più alti livelli di intensità religiosa e spirituale è a Supino, cittadina sita in Ciociaria, nella diocesi di Ferentino (FR), distesa dolcemente ai piedi di due monti ammantati di verde, antistanti il più elevato monte Gemma, che si affaccia maestoso sulla vasta e fertile valle del fiume Sacco.In questa vallata degradante dal monte, imponente e rigogliosa, Supino vive orgogliosa come, la cittadella di S. Cataldo. E conserva la devozione al suo santo come parte inscindibile dell’animo di ciascuno e come spirito vivificatore della popolazione tutta in ogni sua espressione di vita. È tanto sublime la devozione dei Supinesi al Santo, che essi hanno sempre sentito e sentono la fierezza di divulgarla tenacemente fra le altre popolazioni della Ciociaria; e dalla Ciociaria alla regione pontina, alla valle del Liri fino ai confini d’Abruzzo, e alle contrade del mondo ove essi, in veste di emigrati, si sono stabiliti, lieti di un lavoro trovato, ma sempre nostalgici del loro Santo, alla cui protezione spesso attribuiscono le loro fortune.Ed ecco che per loro S. Cataldo seguita a trionfare superbamente nel tempo e nello spazio e il suo nome e la sua devozione si allargano sempre più fra le genti.Quali sono le origini di tale devozione? È una domanda che tutti si pongono segretamente nel loro intimo, ma alla quale nessuno sa dare od osa dare apertamente una risposta; si perde nelle pieghe della storia minima e perciò soggetta più facilmente alla diversità della interpretazione dei critici. Perchè i Supinesi e tante altre genti – fra tanti santi italiani e stranieri, remoti e recenti – hanno scelto San Cataldo a loro protettore, che pur qui non visse e non approdò, non organizzò la vita cristiana, non predicò il verbo di Dio, non fondò chiese e che in vita certamente mai seppe della esistenza della Ciociaria e di Supino in essa?È una realtà inspiegabile questa sovrumana unione fra il Santo e i Supinesi, fra il Santo e i suoi devoti, se consideriamo l’avvenimento in sede terrena; ma non lo è se vogliamo ammettere che è Dio, che guida le popolazioni secondo i meriti e le virtù, che infonde negli animi umani, sentimenti collettivi e singoli e che avvicina i popoli agli Spiriti eletti perchè questi fungano da protettori, da interlocutori e siano di esempio.Solo chi crede in tali concetti sarà pure convinto che la devozione dei Supinesi per S.Cataldo trae origine dalla medesima volontà di Dio, da cui l’ha ricevuta come il dono più bello e più grande.E così essi credono: non vi è supinese infatti che nei momenti più scabrosi della sua vita non si sia rivolto a S. Cataldo per impetrare il suo intervento presso Dio; così come non vi è supinese che non abbia attribuito all’intercessione di San Cataldo le gioie e le grazie ricevute, terrene e spirituali; che non sia orgoglioso di questa devozione e che non ne abbia parlato ad amici e ad altre genti fra le quali si trovi a vivere. E non vi è alcuno di Supino che non abbia intrapreso azioni di bene comune o di esigenza sociale, di salvezza o di difesa generale, senza invocare l’aiuto del Santo Protettore, nelle gioie ringraziandolo, nelle angosce pregandolo più fervorosamente.I propagatori del culto di S.Cataldo nelle nostre terre sembra siano stati i monaci benedettini e anche, sia pure con sistemi diversi, i Normanni.Nelle antiche “Cronache di Montecassino” si legge che il Vescovo di Taranto Drogone intervenendo il 1 ottobre 1071 alla consacrazione della Basilica di Montecassino, eretta dall’Abate Desiderio, ha portato nella zona la devozione al Santo, del quale qualche mese prima aveva rinvenuto il sacro corpo a Taranto.Non sembri strano attribuire anche ad Adinolfo de Supino, Arcivescovo di Brindisi (sec. XI) la devozione a S. Cataldo in Supino, feudo della Sua famiglia.La Storia locale però, documenta che furono due eremiti, Amatore e Barone che vivevano piamente sul monte che sta fra Supino e Patrica (Colle Caino: “La Rava e le mura di S. Cataldo”) a introdurre la devozione verso S. Cataldo in Supino e nella zona circostante. Anche di altri “eremiti” di S. Cataldo conosciamo storicamente il nome e tra questi ricordiamo nell’epoca: Corrado, Teodorico e Fra Amato al quale Onorio II, scriveva “Fra Amato, heremitae S.Cataldo in montibus patricianis” (Pressutti, Vol. 2 N. 4519)Convinti però come siamo del potere e del volere di Dio pensiamo che questi eremiti furono strumenti dei quali Dio stesso si è servito per dar vita all’unione spirituale fra il Santo e i Supinesi. Si era nell’anno 1253: fra gli abitanti di Supino e quelli della vicina consorella Patrica, fra i quali i due eremiti operavano, sorse una lite abbastanza dura perchè ciascuna voleva annettere l’eremitaggio alla propria comunità territoriale. A derimere la lite, che aveva assunto aspetti di contesa vera e propria, dovette intervenire lo stesso Papa Alessandro IV (Potthast R.P.R. II n. 266 ) con suo decreto datato il 10 luglio dalla sede di Anagni.Ci piace per rispetto ad una antica tradizione riportare qualche frase di una nenia popolare che gli abitanti dei due paesi confinanti si scambiavano nel loro altrichi:
“Ecco valle, ecco fossoS. Catallo è tutto gliu nostro”.A queste affermazioni dei Patricani, rispondevano i Supinesi:“Chesta fortunaDio ci ha dato;Faccela scappàSaria peccato.E Tu, CatalloAraldo divinoDiccelo a chissiChe vuò sta a Supino”.Quindi, in ordine, di tempo, possiamo ritenere che anche l’inizio delle grandiose festività a Supino, data da questo decreto pontificio: sono dunque oltre 700 anni che essa si ripete anno per anno, ininterrottamente e sempre più splendida, ormai consolidatasi negli animi, tanto da costituire un elemento concreto della vita cristiana dell’intera popolazione, che si sublima sempre più forte negli animi, superando varietà sociali, come forza stimolatrice di ogni attività, come potenza cui attingere nei drammmi e nelle tragedie umane, come consolazione di vita.Un impulso certamente decisivo allo svilupparsi di questa devozione, sentita già cosi profondamaente, è stato il dono di una Reliquia del S. Braccio di S. Cataldo alla Comunità Supinese fatta dall’Arcivescovo di Taranto Tommaso Caracciolo nel 1652.Notano le cronache dell’epoca che Fra Filippo (Foglietta) da Supino, sacerdote dell’Ordine dei Cappuccini e Predicatore Apostolico, trovandosi a Taranto per la sua missione, parlò della devozione al Santo nel nostro paese all’Arcivescovo del luogo ed ottenne dal medesimo in dono una parte del S. Braccio che fu consegnata alla Comunità Supinese, rappresentata dai Sigg. Magistrati del paese: Luca Palazzi, Francesco Valentini e Pompeo Giorgi, in forma solennissima il 20 Aprile l653. Attualmente la Reliquia è conservata in un artistico reliquiario nella Chiesa Collegiata di S. Maria e portata processionalmente due volte l’anno (8 Marzo e 10 Maggio) all’Arcipretale di S. Pietro per essere esposta alla venerazione dei fedeli nella Cappella-Santuario.Nella metà del 1700 viene costruita la Chiesa-Santuario di S. Pietro e il 4 dicembre 1754 il Papa Benedetto XIV concede alla medesima l’Altare privilegiato e Pio VI il 20 dicembre 1783, a richiesta del Clero e della Comunità supinese dà la facoltà di recitare nella Liturgia locale la S. Messa e l’Ufficiatura propria del Santo.Nel 1853 il Papa Gregorio XVI nell’erigere a Collegiata, con una sua Bolla, Santa Maria Maggiore in Supino, fa solenne menzione della grande devozione che i Supinesi nutrono per S. Cataldo con questo inciso: “peculiari quoque Sancti Cataldi Episcopi patrocinio juvantur”.L’11 Ottobre 1870 l’Arcivescovo di Taranto, Giuseppe Rotondo, che durante il Concilio Vaticano I aveva visitato il Santuario di S.Cataldo in Supino, dona una nuova reliquia “ex ossibus branchii S. Cataldi, Episcopi, Protectoris Civitatis Tarentinae” che viene incastonata nella attuale statua del Santo.L’osservatore estraneo e il critico razionalista possono considerare o ritenere queste tappe storiche e questa longeva devozione religiosa come espressione di fanatismo, di ignoranza e di soggezione psichica o di inconscia manifestazione di animi oppressi o gioiosi: se di ciò si trattasse, queste supposte irrazionallità sarebbero via via scomparse nel tempo, perchè non al tempo e all’intelletto resistono le caducità della vita terrena dell’uomo, quali sono appunto i fanatismi, i pregiudizi, le imitazioni formali, le ipnosi collettive e singole. Si tratta, invece, di realtà volute dalla forza divina che è misteriosa nel suo essere ma chiara nelle sue manifestazioni umane; di coscente convincemento, che opera nello spirito di ciascuno come fonte di bene come legame fra il terreno e il sovrumano, che pur Dio ha creato assieme affinchè integrandosi formino una unica realtà vivificatrice.Il seme gettato tanti secoli fa dai due eremiti è stato dunque fertile, forse perchè nessun paese o nessuna popolazione – almeno in tutta la nostra regione – aveva maggiore rigogliosità della nostra. E i Supinesi ne hanno sempre dato prova con umiltà, con fede cristiana senza alterazioni materiali, con sincerità e non con fini egoistici. Ovunque ci siano stabiliti, essi hanno sempre manifestato – senza riserve e timori – questa loro devozione a S. Cataldo, comunicandola agli altri.Ed ogni anno, soprattutto il 10 maggio, giorno in cui il Santo è festeggiato solennemente, sembra che i Supinesi di oggi ripetano ai fratelli vicini e lontani l’invito alla preghiera e all’amore gia ripetuto dai loro concittadini dei secoli passati. E le genti, massa anonima che perde un volto umano conservando la personalità del credente e dell’orante, di anno in anno accorrono a Supino sempre più numerose, a gruppi compatti, incuranti del tempo e delle fatiche, affratellati dall’amore cristiano, bramosi tutti di un favore che squarci le tenebre terrene, gli uni eguali agli altri senza alcuna distinzione di categoria o di ricchezza; tutti tesi a quel mondo soprannaturale che è realtà nel nostro spirito; tutti dimentichi – in quel giorno almeno di festa religiosa – delle angosce quotidiane; tutti penitenti degli errori e delle colpe, pur essi immancabili, che offuscano di tanto in tanto, l’azzurro che avvolge il nostro spirito. I Supinesi hanno chiamato, chiamano e chiameranno i pellegrini; e i pellegrini rispondono e risponderanno, unendosi entrambi in una comunità cristiana, dignitosa ed implorante, del vero “popolo di Dio”. Così ieri, così oggi, così domani, nella infinità del tempo e finchè un cuore palpiterà d’amore e di fede verso Dio e fino a che Dio, che ha voluto questa attestazione, vorrà mantenerla.
___________________________________________________________________ ringrazia il Sig. Ernesto Carbonelli per la ricerca effettuata e per averne concesso la pubblicazione.


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